Cosa succede quando una donna colta, ma soprattutto intelligente, non riesce a trovare lavoro e, per sopravvivere, si trova costretta a fare la donna delle pulizie? Ebbene, non impreca contro il destino avverso, non si avvilisce ma, rivoltandosi le maniche, comincia a pulire e, al contempo, esplora la vita dei suoi clienti altolocati: ed entra, al pari di una “spia” in missione segreta, nei meandri oscuri, sporchi e caotici dell’esistenza. Con acume e sottile senso dell’umorismo, l’Autrice ci illustra le sue peripezie e riflessioni. Noi, dal canto nostro, con crescente e divertito stupore, ci accorgiamo che non esistono lavori modesti e umilianti, se questi vengono intrapresi con “filosofia”. Ogni aspetto della vita può rivelarsi un grande maestro di saggezza e crescita interiore, ammesso che non si faccia troppo gli “schizzinosi” rifiutandosi di partecipare a quelle lezioni che reputiamo troppo dure o ingiuste! Così, alla faccia del sorriso plasticato di Louise Hay: la barbie del pensiero positivo americano che con suadente ed elegante “saggezza” ci racconta quanto altri, nel corso della storia avevano già indicato come possibile modo per una vita serena e appagante, il libretto di questa novella “maestra delle pulizie” ce ne sintetizza l’essenza: “La gente non sa mai come liberarsi dai sentimenti negativi. Io dico: fatelo pulendo!” (Louise Rafkin – Feltrinelli Editore)
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Il flusso della speranza
InCo-Scienza, Dalla Mongolfiera Blog su 02/01/2008 a 06:44Siamo costantemente sottoposti a prove interiori, la vita non è semplice, i disguidi e le problematiche, materiali in primis, ma anche quelle che si creano con gli altri esseri umani che ci turbano interiormente. Insomma una fatica continua. Per non parlare di quando i problemi, al posto di riuscire a dipanarli e risolverli, li complichiamo: o perché non riusciamo a controllare e guidare gli impulsi del nostro carattere, oppure perché ci tocca imparare a resistere, a essere forti, a esercitare il “muscolo” anima perché diventi più capace. In altre parole la situazione non è certo fra le più facili…
Eppure ci viene detto di coltivare la speranza. Ogni pensiero spirituale lo afferma, e il Natale per le nostre religioni cattoliche e cristiane non è altro che la riconferma di questo insegnamento, che ci invita a credere nella Luce, a volerla fortemente anche quando ci si trova nel periodo più buio dell’anno.
Infatti è la volontà a determinare il flusso della speranza. Quando si ha smesso di volere, quando non si riesce più a rigenerare l’animo con l’idea di nuovi orizzonti possibili, allora è l’inizio della fine.
Il nemico numero uno, quello dietro cui si annida il padre di tutti i mali, è la perdita della speranza. Per questo dobbiamo imparare a coltivarla e anche quando il nostro terreno si è inaridito, perché anche allora, da dentro, è fondamentale ricreare lo stimolo a volere di nuovo ricominciare. Tutto sta nella volontà positiva che non dobbiamo mai abbandonare. Se l’abbiamo persa, allora basta pensare che già solo il fatto che siamo in vita significa che questa è ancora dentro di noi. Da qualche parte dentro, nascosta tra le pieghe di tutte le nostre problematiche, sempre e tuttora c’è la forza vitale. Cercatela, non lasciatela morire dentro di voi!
Il dramma della complessità
InCo-Scienza, Dalla Mongolfiera Blog, Immagini su 13/07/2007 a 05:38Viviamo in un’epoca che ha perso ciò che solitamente veniva inteso con semplicità. I sistemi sono sempre più articolati e complessi, le connessioni molteplici e diversificate. La semplicità di una volta non esiste più e, anche a fuggire dal mondo, la realtà con cui, poco o tanto, ci si deve comunque confrontare rimane quella della complessità. E questo, ovviamente, si ripercuote sul nostro interno, obbligandoci a una molteplicità di attenzioni, di sfumature, di proposte, di prudenze…
La semplicità sta diventando un bene prezioso che però sta sfumando. Al suo posto è subentrata l’essenzialità, che tra l’altro fa tendenza, perchè sinonimo di raffinatezza. E dunque non si riferisce più alla sobrietà, a cui appunto la parola dovrebbe alludere, ma ancora e di nuovo riporta alla complessità. La nostra tecnologia ne è l’esempio più immediato: un telefonino, o un computer, o un televisore, dietro a una linearità di forme e sembianze nascondono però un succedersi continuo di nuove funzioni da scoprire, da far apparire! Dietro a uno schermo essenziale, e quindi apparentemente semplice, si cela l’incredibile complessità e molteplicità del contenuto che si svela alla necessità.
Questo lascia intendere quanto oggi sia fondamentale saper essere sintetici, così da non rallentare il mondo ma, all’occorrenza, saper però articolare in profondità e spessore i propri contenuti.
Questa è la sfida che il futuro imminente ci sta offrendo: l’inutilmente pieno o il miseramente vuoto non avranno più spazio, ci si dovrà concentrare…
Frontiere
InCo-Scienza, Dalla Mongolfiera Blog, Immagini su 12/07/2007 a 05:37Quelli che io definisco i “sentimentaloni” a oltranza fanno l’errore di pensare che una vita armoniosa dove tutti convivono insieme in pace e gioia, non possa, anxi non debba essere limitata dalle frontiere.
Di contro, quelli che invece si sentono per questo invasi nei propri spazi, che magari a fatica sono riusciti a conquistare, reagiscono con intolleranza, esigendo sempre più muri che li tutelino da interferenze, ma soprattutto da usurpazioni.
Io credo che si debba distinguere. Una vita insieme in armonia non significa puntare a un” miscelamento” totale. Se il nostro corpo, che è programmato a una sinergica e produttiva armonia che lo fa vivere bene (fino a quando riusciamo a rispettare il suo essere!) fosse costituito da un “pastone” indistinto di cellule, organi, ossa, muscoli… non funzionerebbe per niente e noi saremmo – se mai saremmo! – una massa indistinta di materia diversa.
Lo stesso con gli esseri umani e le nazioni. C’è questa forzatura del pensiero buonista che vuole per forza delle convivenze pacifiche a oltranza, non rendendosi conto che certi insiemi non vanno proprio, anzi diventano davvero distruttivi per entrambe le parti.
Del resto pensiamo a un’orchestra: violini e gran casse non sono vicini, eppure coesistono nella stessa realtà, ma ognuno nel proprio spazio e con i vicini più consoni. Questa disposizione permette all’orchestra di produrre suoni armoniosi, senza disturbarsi a vicenda.
Forse sarebbe il caso di iniziare a ragionare in tal senso, al posto di promuovere un buonismo che, in definitiva, è falso, perché è imposto da un ideale che non corrisponde alla vera natura dell’universo.
Intolleranza?
InCo-Scienza, Dalla Mongolfiera Blog su 09/06/2007 a 05:36L’intolleranza che contraddistingue la nostra società è certamente un fatto grave. Tuttavia c’è da chiedersi perché siamo diventati così intolleranti. A volerci pensare ci si accorge che probabilmente è una reazione dettata anche dall’esaperazione.
Se le buone maniere una volta erano un pregio, oggi sono quasi sinonimo di mollezza. E anche senza arrivare a delle vere proprie usurpazioni bisogna ammettere che nessuno bada più a nessuno. I vicini che a ogni ora fanno baccano senza pensare a chi abita loro accanto. Mentre si gira in auto, in mezzo al traffico, è consigliabile essere pronti sempre a tutto, perché le regole stradali sono spesso un optional per qualcuno. Nel bus strapieno dell’ora di punta difficilmente un adolescente lascerà il posto a un’anziana, questi sono gesti che non si vedono più. Al lavoro poi le meschinerie sono all’ordine del giorno.
Insomma, noncuranza e cattiverie imperano. Detta in altre parole l’educazione non esiste più, semmai c’è solo un sottile strato di formalità, che subito scompare se ci si pensa in diritto a qualcosa. E oggi è facile sentirsi sempre in diritto di qualcosa. Il problema è che invece, in dovere, ci si sente poco. Ci si sente sempre in diritto di essere accontentati, senza tenere conto che, davvero, la nostra libertà finisce dove inizia quella dell’altro.
Il genere comune
InCo-Scienza, Dalla Mongolfiera Blog su 06/05/2007 a 05:35Nella nostra società, il genere comunemente utilizzato è, ovviamente, quello maschile. Sebbene le donne stiano piano piano acquisendo spazio e autorevolezza, a un prezzo che comunque è ancora molto alto da pagare, rimane tuttavia il fatto che i vantaggi spontanei, scontati quasi, di cui usufruiscono gli uomini sono ancora molti. Questo lo affermo non per iniziare la solita battaglia dei sessi, ma perché è una verità di cui bisogna divenire consapevoli appieno.
Nei paesi anglofoni, e tedeschi, nei vent’anni passati, molto è stato fatto per instillare nella popolazione tale consapevolezza. Un esempio è quello del genere. Chi ha vissuto in quei contesti lo saprà fin troppo bene: oggi non si può più usare il genere maschile nel parlare e nello scrivere, si devono utilizzare entrambi, oppure sostituirli con il più neutrale “si”.
Un tempo, quando tale lotta per rendere consapevoli le persone di quanto il genere maschile fosse ingiustificatamente predominante nel nostro linguaggio, ci fu un periodo che le femministe, e chi appoggiava tale causa, al posto di utilizzare il maschile come genere comune, utilizzava invece il femminile. In quesgli anni io mi trovavo a vivere con americani e tedeschi che, a mia insaputa, avevano adottato tale linguaggio. Così, arrivata di fresco in quella comunità pedagogica, sentivo gli avvisi dati solo per il genere femminile. Ovvero “le insegnanti sono pregate di recarsi nella sala delle conferenze” – oppure “le studentesse sono attese sul piazzale della scuola”…
Io ci andavo, visto che ero appunto un’insegnante donna, ma intanto mi chiedevo dove invece sarebbero andati gli insegnanti uomini. Una volta arrivata, però, me li scoprivo essere anche loro proprio dove eravamo noi donne. E lo stesso con le studentesse!
Devo ammettere che all’inizio mi infastidiva tutto quel femminile, mi strideva dentro. Tuttavia ho compreso che lo spazio e l’equivalenza dei sessi doveva, per forza, passare anche da queste “piccole” sfumature. E così anche io ho iniziato a parlare e ad esprimermi con il doppio genere: he and she – er und sie… Cosa che ho mantenuto pure al mio ritorno in Italia, dove non riesco più a utilizzare “uomini” quando si intende gli esseri umani. Peccato che qui, però, mi sembra quasi una fatica donchisciottesca questa! C’è qualcuno che vuole combattere con me?
La scomparsa dell’ottimismo
InCo-Scienza, Dalla Mongolfiera Blog su 12/04/2007 a 05:34Se riflettiamo, dalla Rivoluzione industriale fino a poco tempo fa l’umanità si è inebriata di entusiasmo per il futuro. Nonostante le guerre intercorse c’era però un filo conduttore che ci spingeva in avanti pieni di ottimismo. Le scoperte della scienza, come pure quelle della scienza medica erano inebrianti. Macchine che svolgevano i lavori faticosi che prima erano toccati alle persone, nuove medicine che salvavano, anzi premunivano, da malattie che fino allora avevano decimato l’umanità… Insomma c’era ben da essere euforici. Sembrava che il futuro sarebbe passato sotto il controllo diretto della razza umana, e forse si sarebbe arrivati pure a debellare la morte! Ma oggi ci troviamo invece di fronte a una realtà che ha perso il suo sapore frizzante. Oggi il futuro ci fa paura!
“L’Occidente ha fondato i suoi sogni d’avvenire sulla convinzione che la storia dell’umanità sia inevitabilmente una storia di progresso. (…) Le teorie di Sigmund Freud, profondamente critiche nei confronti della fede nel progresso, passarono comunque nel bilancio dell’epoca come un progresso in più, da annoverare nella colonna ‘profitti’!
Oggi c’è un clima diffuso di pessimismo che evoca un domani molto meno luminoso, per non dire oscuro… In quinamenti di ogni genere, disuguaglianze sociali, disastri economici, comparsa di nuove malattie… la lunga litania delle minacce ha fatto precipitare il futuro da un’estrema positività a una cupa e altrettanto estrema negatività. (…) La promessa è diventata minaccia…
(…) La nostra odierna società è la prima che pur possedendo tecnologie, ne è anche, al tempo stesso, posseduta. Ci limitiamo a premere dei pulsanti, ignorando il più delle volte quali meccanismi vengono innescati. (…) Ogni società del passato ha posseduto delle tecniche, ma i suoi membri conservavano con essi un rapporto che potremmo definire di intimità: le tecniche non costituivano una combinatoria autonoma, non funzionavano secondo una propria logica, indipendente da ogni considerazione umana e culturale.” (Da “L’epoca delle passioni tristi” di Miguel Benasayag e Gérard Schmit, Feltrinelli)
Così, estraniati dal contatto con la realtà che ci circonda non ci resta che aderire alle sempre più forti richieste della pubblicità che ci invita a possedere ciò che ci farà finalmente felici, autonomi, appagati… Il tranello è sottile, invisibile. Ma forse rappresenta una nuova selezione naturale in atto.
Chi è in grado di vedere e quindi di agire in modo oculato, magari, si salverà.
Sempre più illetterati
InCo-Scienza, Dalla Mongolfiera Blog su 10/03/2007 a 06:33Certo è che la cultura in questi ultimi cent’anni si è estesa a molte più persone. Ora molta di più è la gente che frequenta le scuole superiori e l’università. Ciò nonostante i dubbi sulla qualità di tale cultura vengono. Forse più conoscenze hanno raggiunto un maggior numero di persone, ma la qualità è peggiorata. E’ come se allargandosi la cultura si fosse anacquata. Al tempo mi aveva veramente sconvolto leggere di come gli italiani fossero illetterati.
Mi spiego: attorno al 2000, il Cede (Centro europeo per l’educazione), aveva promosso una ricerca sulla competenza alfabetica in Italia. Così, il gruppo di teste d’uovo del ministero della Pubblica Istruzione, si è messo a sondare le diverse classi sociali del nostro paese, per arrivare a una sconcertante scoperta: l’Italia soffre “illetteratismo”, che, in poche parole, significa: cultura scarsa, ignoranza, fatica a maneggiare le conoscenze che danno accesso al potere o al controllo del potere.
Se si considera che l’8 per cento di quelli che si sono posizionati al livello più basso, quello che viene considerato al limite dell’analfabetismo, è laureato, o che il 10 per cento è diplomato… c’è di che rimanere sconcertati!
Infatti, questa alta percentuale di illetteratismo – oltre la metà degli italiani – non riguarda in modo particolare coloro che la scuola l’hanno lasciata da un pezzo, ma riguarda, per il 48 per cento, i ragazzi che sono ancora a scuola o che l’hanno appena lasciata, il che è veramente impressionante. Più della metà di una generazione con altissimi tassi di scolarizzazione si colloca nei due livelli più bassi! Il professor Benedetto Vertecchi, direttore del Cede e ideatore di questa ricerca, appare sconsolato: «Ognuno di noi sa di aver dimenticato molta matematica o di non saper più leggere il greco o tradurre il latino. Ma ora sta accadendo qualcosa di nuovo: ora non si perdono più solo le conoscenze di discipline specifiche. Ora ci si perde la cultura di base, quella alfabetica», cioè la capacità di utilizzare l’alfabeto per capire e per comunicare. Sta aumentando la gente che si esprime con un vocabolario povero e capisce solo concetti elementari. Magra consolazione è il fatto che l’illetteratismo è un fenomeno di quasi tutti i paesi più industrializzati. La specializzazione va a discapito della cultura generale, infatti i dati dimostrano che, nonostante l’educazione scolastica, sempre più sono quelli che non sono in grado di utilizzare Il linguaggio per produrre o ricevere messaggi che richiedono una pur modesta organizzazione del discorso e non riescono quindi a utilizzare le proprie competenze alfabetiche e Linguistiche al di fuori del proprio ristretto campo specifico. Ora sono passati un po’ di anni ma il Cepu si è sempre di più consolidato come elemento indispensabile per affrontare l’università. A quanto pare gli studenti sono incapaci di studiare da soli e farcela. Eppure le materie sono diminuite in confronto a quello che si doveva preparare una volta per gli esami universitari. Eppure c’è più attenzione nei confronti degli studenti, mentre una volta l’inclemenza e la severità verso noi studenti era d’obbligo. Che pensare? Io non riesco a sentirmi ottimista!

